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GLOSSARIO

Il primo a progetto di bonifica del territorio maremmano fu fatto dal Granduca Ferdinando III di Toscana. Tanta era la cura che metteva nella bonifica idraulica e agraria della Maremma che spesso vi si recava per esaminare i lavori e sollecitarli. Ma il suo nobilissimo zelo e la sua lodevole preoccupazione gli riuscirono fatali; nel mese di giugno del 1824, tornando appunto da uno dei suoi viaggi in Maremma, avvertì i sintomi di una febbre che da quel momento gli minò la salute.
Ferdinando fu costretto a mettersi a letto, ma i limitati mezzi che la scienza medica dell'epoca suggeriva a niente valsero contro la febbre malarica che lo uccise.

A Ferdinando III successe il figlio Leopoldo II che si lasciò sedurre da questa impresa. Intendeva così emulare, oltre suo padre, il grande avo Pietro Leopoldo che aveva bonificato la Val di Chiana.
La bonifica del territorio, data la grandissima estensione dell'area, era un'opera degna degli antichi romani e non di piccoli stati com'era quello del granducato di Toscana.
Il tratto che si voleva bonificare era la parte che costeggiava il mare, dallo sbocco del fiume Cecina fino al confine pontificio; i vantaggi di tale opera sarebbero stati incalcolabili trasformando tutta quella grossa estensione salmastra in terreni coltivabili.
Il conte Fossombroni, consigliere dei sovrani, aveva immaginato di bonificare la Maremma fino dal 1804 e aveva dichiarato apertamente questa sua intenzione con vari scritti. Immaginava di costruire canali, strade e un porto per far diventare tutta quella regione la ricchezza del regno.
A entusiasmare gli animi ci fu nel 1870 la bonifica della tenuta di Bolgheri del conte Cammillo della Gherardesca. Tale tenuta era distante circa settanta chilometri da Pisa e sette dal mare, sulla sponda sinistra del fiume Cecina. Per liberare quella vasta tenuta dalle acque stagnanti e limacciose che rendevano improduttivo il terreno e pestifera l'aria, il matematico Padre Ximenes suggerì al conte Della Gherardesca l'apertura di quella larga fossa che dal nome del proprietario fu detta Cammilla, la quale procurò subito il prosciugamento dei terreni tra Bolgheri, Bibbona e il mare.
Con tali precedenti, con l'esempio dell'avo, con gli incitamenti del Fossombroni e con le buone disposizioni del suo animo, Leopoldo II il 27 aprile 1828 emanò l'editto per la bonificazione della Maremma a spese dello Stato.
I lavori cominciarono sulla fine del 1829 e vi furono impiegati circa cinquemila operai arrivati da varie parti della Toscana, da altri stati italiani e anche dall'estero. Direttore dei lavori fu il cavalier Alessandro Manetti, che era alle immediate dipendenze del granduca.
Il figlio del conte Cammillo, Guido della Gherardesca, volle con gli anni continuare la benefica opera del padre; ma il parere discorde d'ingegneri, periti e idraulici, fece sì che egli fu costretto a sospendere l'esecuzione del suo progetto.
Quello che però riusciva impossibile a tanti uomini di scienza e ingegneri dell'epoca, riuscì facile, senza tanto strepito e senza tanta boria, a un uomo oscuro e modesto che tutt'altro aveva studiato in vita sua che l'idraulica e l'ingegneria.
Quest'uomo era il "fattore di Bolgheri", Giuseppe Mazzanti, che sfornito di teorie ma ricco dei lumi dell'esperienza, con l'osservazione che egli aveva fatto del naturale movimento delle acque durante le piogge, chiuse il canale detto Seggio Vecchio e ne scavò un altro detto Seggio Nuovo, per la qual cosa gli estesissimi campi prima paludosi divennero fertilissimi.
Il 26 aprile 1830 fu il giorno fatidico; terminato il lavoro di costruzione del nuovo canale, le acque del fiume Ombrone arrivarono velocissime nella palude bonificando tutto il territorio circostante.
Il Mazzanti ebbe in riconoscenza dal granduca Leopoldo una medaglia d'oro e il conte Della Gheradesca fu remunerato adeguatamente del servizio.
 
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